Altro che “caccia alle streghe”: la decisione di demonizzare il diesel, da tempo assunta a livello politico e seguita a ruota dalla necessità dei big player del comparto automotive di eliminare una buona “fetta” di programmi di produzione turbodiesel, potrebbe rivelarsi addirittura controproducente se si intende perseguire gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 a breve termine. Ad evidenziarlo, questa volta, è Anfia: l’Associazione nazionale che raggruppa le aziende della filiera automobilistica, punta il dito sulla necessità di non mettere definitivamente da parte il gasolio (ovviamente di nuova generazione), se si vuole che la “famosa” soglia di 95 g/km di CO2 stabilita entro fine 2020 venga raggiunta. L’indicazione Anfia è stata diffusa, nelle scorse ore, a corredo di un’analisi sull’andamento del mercato della propulsione alternativa su scala europea, in cui fra l’altro viene additata una precisa strategia di accusa nei confronti della mobilità a gasolio (all’indomani, va detto, del “Dieselgate” oggi considerato evento-spartiacque ai fini dei nuovi programmi di “boost” ai sistemi di propulsione elettrificata), definita “agenda anti-diesel”.

Moderni diesel in aiuto ai nuovi limiti sulle emissioni

Come dire: il diavolo non è così brutto come lo si dipinge; o, per lo meno, non lo è se lo si considera all’attuale grado di evoluzione (nello specifico: i moderni motori a gasolio, dotati di filtro antiparticolato e sistema di riduzione catalitica selettiva Scr per contenere le emissioni di particolato e dei “famigerati” ossidi di azoto al centro dello scandalo esploso nell’autunno 2015).